Un amico. Un testimone

Lorenzo è uno studente di Giurisprudenza morto il 9 settembre 2008 a causa delle complicazioni sopraggiunte successivamente ad un trapianto di midollo. La lettera che segue è stata scritta alla fine di febbraio, poco prima di essere ricoverato in ospedale, ed è indirizzata ad una ragazza che, insieme a noi, ha avuto la fortuna di condividere con lui parte della sua esperienza. La pubblichiamo perché il suo modo di vivere e di guardare l’università in tutti i suoi aspetti (lo studio, gli amici, la rappresentanza negli organi universitari) è un richiamo a vivere quest’anno come una grande possibilità.

Cara Sara,
dare un esame è qualcosa che abbiamo fatto tutti nella vita, e certo non è nulla di straordinario. Questo è quanto pensavo prima di aver conosciuto persone che mi hanno costretto, attraverso una vera e propria rivoluzione, a domandarmi quanto seriamente stessi vivendo la mia vita.
Fra pochi giorni, lo sapete, dovrò essere ricoverato in ospedale per un trapianto di midollo. Sto combattendo da un paio d’anni con la mia malattia, e questo è un po’ l’epilogo, spero risolutivo, di questa battaglia.
Non so se riuscite a rendervi conto, ma per me è come sapere che fra poco dovrò andare in guerra. Ho la certezza scientifica che comincerà un periodo di dolore, di sofferenza, di lotta intestina tra me e la malattia. La chemioterapia che dovrò affrontare mi farà male, e la speranza della guarigione, per quanto importante, non allevia nulla al dolore.
Cosa c’entra questo col mio esame?
Se non fossi del movimento, se non avessi imparato dal movimento a considerare lo studio come una fantastica opportunità di ricerca della verità, di dare un senso alla mia vita, e di esprimere un giudizio totale su di essa, già da tempo me ne starei tranquillo, rintanato in casa, in attesa del ricovero. Magari avrei letto qualche libro, il giornale, ma fondamentalmente avrei dissipato le mie giornate nella ricerca passiva e disperata di qualcosa che facesse passare questo “tempo” di attesa prima della guerra.

Studiando per l’esame, non è stato il vuoto del tempo a riempire le mie giornate, ma io, attraverso me stesso, ho riempito lui. Non era “lui” a dettare il ritmo della mia vita, io l’ho fatto, io sono stato signore e padrone della mia giornata. Studiavo procedura civile, affrontavo giorno dopo giorno gli argomenti, felice di quel potere che avevo ancora sulla giornata ed in definitiva sulla mia vita.
Se fossi stato inerte ad attendere lo scorrere del tempo, ne sarei rimasto schiavo. Mi sarei consumato senza neanche accorgermene.
Questo mi rende oggi felice di aver superato procedura civile, ma già ieri ero orgoglioso di me stesso, mi sentivo realizzato come uomo perché sapevo che stavo, come dice il Papa, sperando contro ogni speranza.
Se non avessi studiato alla luce del significato dello studio che ho appreso da voi, che senso avrebbe avuto farlo? Togliersi un’esame in meno? Ma col trapianto da affrontare, con tutte le vicissitudini che la riabilitazione comporta, avrebbe avuto senso? Avrei avuto la forza di farlo? No!

Se ciò che sto vivendo posso paragonarlo alla Croce di Cristo, la mia piccola, inutile e meschina croce impone al dolore, alla sofferenza, all’abbandono della vita un limite invalicabile, un ostacolo insormontabile per il male del mondo, e per la piccola parte di male che c’è nella mia vita. Tutto ciò, invece, non ha l’ultima parola, non vince, non prevarrà mai. Non io, non noi, ma tutto quanto di brutto c’è nella nostra vita è destinato alla sconfitta.
E davanti a tanto male possiamo seguire due strade: averne paura e provarne soggezione. Oppure dominarlo, percuoterlo, umiliarlo. Da cristiano scelgo la seconda strada.
Ho usato espressioni “di potere” in maniera voluta. Credo infatti che bisogna vivere da persone miti, essere pecorelle e non lupi davanti agli uomini e gli errori del mondo. Ma davanti al male no. Davanti al male dobbiamo essere non colombe, ma serpenti. Non porgere l’altra guancia, ma essere il segno della contraddizione, il sale della terra che brucia sulla ferita viva.

Spero che queste parole possano esservi un po’ d’aiuto. Se così sarà, mi ripagherete immensamente per la tristezza di non poter essere con voi a leggere il libro del Gius.
Commosso, ma contento, Lorenzo.