Uniti (?) per cosa?

A seguito del D.d.L. Gelmini, dei tagli previsti dalla Finanziaria 2008 (L. 133/2008), della più recente Manovra Tremonti (D.L. 78/2010) che blocca la progressione stipendiale dei docenti universitari, è in corso in quest’ultimo periodo una mobilitazione a livello nazionale del personale universitario e in particolare dei ricercatori. È notizia degli ultimi giorni che nei vari Consigli di Facoltà si stiano proponendo forme di protesta quali il ritiro della disponibilità alla copertura degli insegnamenti e il blocco delle sessioni autunnali d’esame e di laurea.

Il 20/07/10 si è tenuta un’assemblea d’Ateneo nella quale l’unica cosa chiaramente emersa è che una protesta che non sia unita e partecipata non possa avere esito positivo. A questo punto ci domandiamo: che unità è quella che per difendere i diritti sacrosanti di alcuni lede e colpisce quelli di altri?

Il ritiro della disponibilità alla didattica dei ricercatori e la contestuale dichiarazione di indisponibilità dei Professori a coprire tali corsi può avere solo due effetti: o non si aprono le iscrizioni ai corsi di laurea oppure si fanno iscrivere gli studenti a dei corsi il cui regolare svolgimento non può essere garantito. Il blocco della sessione di esami e lauree di settembre e ottobre impedirebbe di fatto agli studenti di laurearsi, partecipare a concorsi e bandi di dottorato, iscriversi a corsi di laurea magistrale in altri atenei e raggiungere soglie di crediti per ammissione a borse di studio.

Tutto questo è fatto in nome di una fantomatica unità che, se così sostenuta, concorrerà invece solo ad una divisione e ad una lotta tra le componenti più deboli dell’università: chi non potrà laurearsi o seguire normalmente i corsi non protesterà certo contro Tremonti o la Gelmini.

A nostro avviso quindi, questa tanto declamata unità sarà possibile solo se ciascuna componente riuscirà a guardare oltre il suo ristretto, seppure importante, interesse favorendo un clima propositivo e non di mera protesta. Se l’unica risposta che sa dare l’università ai tagli e alla violenza subita dal governo è opporre essa stessa una cultura di violenza, ci domandiamo dunque dove stiamo andando e se abbia ancora senso sostenere un modello di università che proponga solo questo.

Che cosa può renderci veramente uniti e che cosa desideriamo per la nostra università?

Ciascuno di noi ha nella propria esperienza il test per poter capire se qualsivoglia iniziativa proposta è corrispondente o meno al desiderio di giustizia che ciascuno di noi ha: per noi studenti il test più immediato è che sentiamo profondamente ingiusto pagare tutto questo con le nostre lauree, col nostro diritto a seguire corsi e studiare.