Ciò che cambia la storia

I recenti tagli al diritto allo studio e la riforma Gelmini in approvazione oggi ci provocano seriamente. Di fronte alla prospettiva di non veder garantita la borsa di studio emerge in molti di noi un grido di giustizia: “io voglio studiare!”. La forma più immediata per assecondarlo sembra essere scendere in piazza e urlarlo a tutti. Questa modalità pare aver preso però una direzione sbagliata poiché proteste giuste che nascono da esigenze reali finiscono per essere, volenti o nolenti, vittime di strumentalizzazioni e quindi poco o per nulla ascoltate dal Governo.

È vero che la riforma presenta poche luci e molte ombre, ma il problema principale sono i tagli al F.F.O. e al diritto allo studio che ne pregiudicano gli obiettivi preposti. È altrettanto vero che quanto di buono deriverà dalla riforma dipenderà da come i singoli Atenei ridefiniranno lo Statuto.

In una situazione politica altamente instabile, guidata principalmente da tatticismi parlamentari che non favoriscono un dialogo sulle problematiche della riforma, un atteggiamento di sola rivendicazione sembra essere poco costruttivo e alimenta un clima di rabbia che non migliora l’Università.

Tutto questo porta a richiederci il valore del luogo che difendiamo e può condurre o a manifestare e occupare o a prendere ancora più seriamente il lavoro e la responsabilità di ogni giorno in Università. Questa seconda strada sembra impopolare e poco efficace all’apparenza, ma siamo convinti che sia l’unica in grado di portare qualcosa di significativo.

Vivere seriamente ciò che la realtà ci propone significa impegnarsi nello studio, nelle elezioni, nella rappresentanza con il gusto di affrontare le circostanze; solo così possiamo contribuire alla crescita nostra e di chi ci sta intorno. Più che la riforma perfetta è il cambiamento della gente che cambia la storia.

Per questo continua la nostra presenza in facoltà e ai banchetti: per testimoniare questo modo di costruire l’Università.